Quotes


Laura Vecere
L'arte della scienza ovvero la scienza dell'arte (La Luna)
The Moon

Il volto nascosto del giardino
The hidden face of the garden

Amnon Barzel
La natura vista attraverso la trasparenza dei polimeri
Nature seen through the delicate transparency of the polymers

Giuliano Serafini
Ipotesi spirituale
Intimations of Spirituality

Patrizia Landi
Artisti in Viaggio 1997

Lara Vinca Masini
Artisti in Viaggio 1998

Carlo Sisi
Reliquiari cosmici
Cosmic reliquaries

Lorenzo Bruni
So quello che hai fatto

Ipotesi Spirituale

C’é un giardino all’origine dell’universo poetico e dell’opera di Donatella Mei. Un archetipo privato, ritornante come un flusso di coscienza, riconoscibile e immaginario ad un tempo, evocato e trasfigurato dal desiderio e dalla memoria. Da quel polo sentimentale dell’hortus conclusus, il lavoro della Mei non ha più deviato o tentato nuovi approdi tematici. Da questa persistenza e fedeltà al racconto ha preso così il via una feconda esperienza della mano e del pensiero che attraverso un processo evolutivo organico è passata dalla pittura alla fotografia, dalla serigrafia alla xerocopia, dai materiali industriali come il plexiglas, il PVS e l’acetato alla garza, alla carta di riso, fino a quello che è l’immateriale per eccellenza: la luce. Non sarà peraltro difficile accorgersi che in questa peripezia tra i media il filo conduttore diventa una sorta di ascesi della materia verso il suo "altro" sublimato, verso la "materialità", verso l’idea stessa del mezzo via via utilizzato dall’artista. In questo processo che di per sé guarda all’alchimia, c’è stata e c’è la citazione alchemica: si pensi all’oro e al rame, metalli dalle proprietà taumaturgiche e magiche che la Mei introduce nel vivo di una ricerca sospesa tra segno, e dunque simbolo, e oggetto, come dire realtà. L’obiettivo, dichiarato o meno, sta nel far convivere entra una stessa dimensione espressiva queste due categorie antitetiche: attribuendo al segno una prerogativa oggettuale, risignificandolo in infinite varianti "concrete"; e viceversa sottraendo all’oggetto quei requisiti strumentali che lo mettono in antagonismo alla forma, facendone il suo gregario, la sua subalterna condizione. A questo punto anche l’utilizzo costante di materiali trasparenti o riflettenti diventa un’indicazione precisa, una dichiarazione di programma: come se l’artista si prefigurasse la conquista di un’ulteriore dimensione visiva e poetica, proiettata al di là di quelle che le sono consuete ed entro cui ha costruito la propria visione. Chiameremo questa nuova apertura "ipotesi di spiritualità", là dove lo spirituale sembra adeguarsi allo Zeit-geist e assumerne i denotati di virtualità e artificialità. Opera in progress, questa che la Mei sta sottoponendo alla nostra verifica. E rinascente sempre da se stessa, dai suoi stessi processi formativi, dalle sue molteplici tecniche e innovazioni formali. Come se venisse "riciclata" ad ogni istante del suo percorso creativo da quelle che potremmo definire le sue matrici storiche; e soprattutto come se tra la sua più antica e recente espressione non ci fosse soluzione di continuità, non si potesse rilevare differenza alcuna. In altre parole, come se si restasse prigionieri del giardino che sappiamo, dei suoi innumerevoli incantamenti.

Giuliano Serafini, 2000